mercoledì 27 giugno 2012

Lavoro, Cgia: busta paga media dei precari è di 836 euro


Roma, 6 feb. (Adnkronos) - Solo il 15% è laureato, la pubblica amministrazione è il principale datore di lavoro e la sua busta paga in media è di 836 euro la mese. E' l'identikit del precario, un esercito di 3.315.580 persone, fatto dalla Cgia di Mestre, da cui emerge che il 39% ha conseguito la licenza media, uno su tre lavora nella P.a. e la maggioranza si trova al Sud (35,18% del totale).

Secondo un'analisi realizzata dalla Cgia le tipologie di occupati sono: i dipendenti a temine involontari; i dipendenti part time involontari; i collaboratori che presentano contemporaneamente 3 vincoli di subordinazione: monocommittenza, utilizzo dei mezzi dell'azienda e imposizione dell'orario di lavoro; i liberi professionisti e lavoratori in proprio (le cosiddette Partite Iva) che presentano in contemporanea i 3 vincoli di subordinazione descritti nel punto precedente.

In termini assoluti l'esercito dei precari è pari a 3.315.580 unità, e la retribuzione netta mensile media tra i giovani con meno di 34 anni è di 836 euro. Questa retribuzione sale a 927 euro mensili per i maschi e scende a 759 euro per le donne. Dalla Cgia tengono a precisare che questi importi escludono altre mensilità (tredicesima, quattordicesima, etc.) e le voci accessorie percepite regolarmente tutti i mesi, come ad esempio i premi di produttività, le indennità per missioni, etc.

Per quanto riguarda il titolo di studio, quasi uno su due (per l'esattezza il 46% del totale) ha un diploma di scuola media superiore, il 39% circa ha concluso il percorso scolastico con il conseguimento della licenza media e solo il 15,1% e' in possesso di una laurea. ''Su un totale di oltre 3.315.000 lavoratori senza un contratto di lavoro stabile -afferma il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi- quasi 1.289.000, pari al 38,9% del totale, non ha proseguito gli studi dopo aver terminato la scuola dell'obbligo.
Questi precari con basso titolo di studio sono in questa fase di crisi economica quelli piu' a rischio''.Nella stragrande maggioranza dei casi, spiega il segretario, svolgono mansioni ''molto pesanti da un punto di vista fisico e sono occupati soprattutto nel settore alberghiero, in quello della ristorazione e nell'agricoltura. Per questo ritengo che i percorsi formativi debbano essere posti al centro di un seria riflessione tra i politici e gli addetti ai lavori, affinché vengano si individuino delle risposte in grado di avvicinare in maniera più costruttiva l'attivita' formativa e il mondo delle imprese''.

Dall'identikit fatto emerge che la più alta concentrazione di lavoratori precari italiani è nel Pubblico impiego. Infatti, nella scuola e nella sanità ne troviamo 514.814, nei servizi pubblici e in quelli sociali 477.299. Se includiamo anche i 119.000 circa che sono occupati direttamente nella Pubblica amministrazione (Stato, regioni, enti locali, etc.), il 34% del totale dei precari italiani è alle dipendenze del Pubblico (praticamente uno su tre). Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842), i servizi alle imprese (414.672) e gli alberghi ed i ristoranti (337.379). Le regioni piu' coinvolte sono: la Calabria (21,2%), la Sardegna (20,4%), la Sicilia (19,9%) e la Puglia (19,8%).

http://www.adnkronos.com/IGN/News/Economia/Lavoro-Cgia-busta-paga-media-dei-precari-e-di-836-euro_312945852965.html 


In Piemonte UN OVER 50 SU 4... è SENZA LAVORO. Le loro storie


di MARINA CASSI, ANTONELLA MARIOTTI

In Piemonte un over 50 su quattro è senza lavoro. La mancanza di occupazione ruba il futuro ai giovani. Ma la mancanza di lavoro avvelena anche la vita di chi ha più di cinquant'anni. Li priva di risorse materiali, ne mina l'identità sociale, li marginalizza. Perdere il posto è una condanna soprattutto ora che i requisiti per la pensione si sono spostati sempre più avanti. Chi viene mandato via dalla sua azienda a 50 anni o poco più rischia di avere di fronte quasi due decenni di paura, precarietà, bassi salari, contributi modesti che gli garantiranno una pensione povera. I disoccupati con i capelli grigi, spesso sono figli del fordismo e hanno scolarità e formazione insufficienti per reinventarsi nel mercato del lavoro.

Il 71% ha al massimo la licenza media, un altro 14% ha finito le elementari e il 5% è privo di titolo di studio. La particolare fragilità di questi lavoratori - e soprattutto lavoratrici - è evidenziata da un dato: quasi l'80% è in attesa di un posto da più di due anni. E con ogni probabilità per molti la disoccupazione si prolungherà anche perché i fondi per le politiche attive per il lavoro si stanno contraendo costantemente. E così gli over 50 ingrossano le liste di mobilità dove sono quasi il 30% del totale. Ma anche questo strumento oggi è messo in forse dall'innalzamento dell'età per la pensione e sono in migliaia a Torino a rischiare di rimanere per 6-7 anni senza indennità e senza pensione.

Le storie sono centinaia, tutte diverse e tutte drammatiche. Ne abbiamo scelte sei: sei lavoratori, di specializzazione e livello diversi ma tutte egualmente drammatiche.
Sei «fantasmi» con più di cinquant'anni.

Il dirigente: "Mi restano i risparmi di una vita da formica" La beffa è arrivata a cambiare la sua vita. Eppure Carlo, 60 anni tondi non è un marginale del mercato del lavoro. Anzi, è stato per anni direttore dell’Abit di Torino. Poi a novembre ha deciso, di comune accordo con l’azienda, di lasciare il lavoro per divergenze sul futuro aziendale. Tutto semplice: nel 2013 con quota 97 - avrebbe potuto andare in pensione. Ma è qui che arriva la beffa. Doveva smaltire cinque mesi di ferie arretrate; così fino a fine marzo non sarà ufficialmente un «esodato», ma un dipendente in ferie. E questo per la riforma delle pensioni - che nel giro di una notte ha cambiato il destino di milioni di italiani - fa una differenza enorme: infatti non rientra nella quote delle persone che riceveranno una deroga all’applicazione della legge Fornero perché non è uscito dal lavoro entro il 31 dicembre. Adesso la pensione spera di prenderla nel 2016. Dice: «Mi va ancora bene perché sono stato una formica e ho messo da parte. Ma ho amici malati disperati, altri che stanno facendo saltare l’Università ai figli, altri ancora quasi alla fame». E’ amaro: «Non è possibile cambiare le regole devastando la vita delle persone».

L'impiegata: "Non servo neppure per spazzare le strade" Quando entri in casa sua hai la sensazione che non abbia fatto altro che pulire e lucidare. Cerca di sorridere e ti prepara il caffè mentre racconta che «da un giorno all’altro ci hanno detto che non avevano bisogno di noi. Era Natale». Nadia racconta: «Facevamo parte di una cooperativa di servizi, quei consorzi che cambiano gestori spesso: si rinnovano gli appalti e si cambia. Il nostro stipendio era di novecento euro e avremmo dovuto avere mansioni di inserimento dati». In realtà all’Iren Nadia, 48 anni, ha incarichi di responsabilità ed è contenta del lavoro. Divorziata dal 2007, due figli, uno di 16 anni e la più grande di 20 commessa a 400 euro al mese «che bastano solo per le sue spese». L’affitto della casa a Settimo è di cinquecento euro, praticamente il contributo dell’ex marito per i figli. In una lettera amara Nadia scrive: «Grazie per avermi fatto perdere l’autostima privandomi del lavoro. Grazie per il mio equilibrio psichico: passo le mie giornate a cercare un impiego cercando di fare una buona impressione a un eventuale nuovo datore di lavoro». Ha provato anche a farsi assumere per pulire le strade, e mentre la saluti ha gli occhi rossi di pianto.

L'operaio: "Ho tre bambini piccoli: che ne sarà di noi?«E’ tutto in salita. Mentre a quest’età avrebbe dovuto essere tutto in discesa». Enzo ha anche voglia di scherzare, nonostante sia stato licenziato a 55 anni, ha anche una percentuale di invalidità, si è ferito sul lavoro qualche anno fa. «Ma neanche questo aiuta. Ho sempre fatto l’artigiano fino al 2008, poi la crisi mi ha fatto chiudere e ho trovato un lavoro dipendente nella meccanica di precisione, prima però lavoravo per conto mio in cantina ed è lì che mi sono ferito». Enzo ha quattro figli, tre ancora bambini, mentre la prima ha vent’anni, ma è disoccupata anche lei. «Non sappiamo come arrivare a fine mese, mia moglie assiste gli anziani per una cooperativa ma lavora a settimane». «Fanno fatica i giovani a trovare lavoro, a trent’anni e con la laurea. Si immagini come posso fare io, mi dicono che sono troppo vecchio. Ho anche delle patenti guida speciali per i camion, ma fra qualche anno dovrò superare la revisione e le aziende mi dicono: “e se poi non passi l’esame? Così anche in quel caso non mi prendono». Come vedo il futuro? «Spero che qualcuno mi metta qualcosa nel piatto» forse sta scherzando, ma chissà.

L'impiegata: "Trecento curriculum nessuna risposta" «Avrei dovuto occuparmi di inserimento dati, ma firmavo gare di imprenditori... Gestivo la posta privata e se non c’era la mia responsabile io dirigevo l’ufficio. Ho anche fatto formazione ai nuovi assunti». Giuseppina Gugliara, 55 anni, è triste e sfiduciata ma combattiva. «Adesso ho scoperto anche di avere tre anni di contributi non versati. Ho mandato una lettera all’Iride, doveva controllare cosa facevano le cooperative che garantivano personale». Giuseppina poi ha denunciato tutto ai sindacati, le sue competenze «eccessive» e tutto il resto. «Chissà forse è anche questo che ha portato al licenziamento. Mi chiedo come mai, hanno sempre cambiato appalto e non hanno mai licenziato nessuno: dovevano farci fuori». Giuseppina è vedova, i figli sono grandi e vivono per conto loro, ha un mutuo di 500 euro al mese e «mi sono sentita sfruttata: mi davano 840 euro al mese per lo stesso lavoro dei dipendenti mentro loro prendevano il triplo di me». E adesso? «Adesso cerco di tutto, anche nelle imprese di pulizie. Ma a 55 anni compiuti da un mese non è facile trovare un posto: mando in giro trecento curriculum. Non rispondono mai».

Il tecnico: "Non sono più in grado di aiutare le mie figlie"«Hanno risolto il problema del lavoro dei giovani. Mia figlia troverà un posto a 40 anni, non sarà più giovane». Salvatore, 58 anni, è nella sede della Uil a cercare di capire cosa sta succedendo. Lavorava all’Enel, «mi hanno proposto il prepensionamento nel 2009 - racconta - Ho accettato perché pensavo anche a mia figlia, infermiera, anche lei sarebbe entrata in ospedale se quelli come me andavano in pensione». Così firma dove c’è scritto che a gennaio 2012 prenderà la pensione. «Adesso mi dicono che non ci sono i soldi, sono senza pensione e senza mobilità». E la figlia? «Anche lei è senza lavoro, perché con le nuove leggi non hanno mandato in pensione parecchi, alcuni devono aspettare due o tre anni, e l’ospedale che doveva assumerla non la chiama più». Adesso il problema è la seconda figlia di Salvatore, perché: «Per la prima ho potuto garantire il prestito per la macchina. Ma adesso non posso farlo per la seconda che ne avrebbe bisogno per lavoro. Ci dicano come dobbiamo fare». Salvatore fa parte di decine di migliaia di lavoratori che dovranno sopravvivere per anni senza pensione, senza mobilità, senza stipendio. «Come?» chiede Salvatore.

Il magazziniere: "Un tumore alla gola e niente stipendio" Paolo non vuole che si sappia il suo cognome, ha un cancro alla gola, parla a fatica, ma questo non l’ha salvato dal licenziamento poco prima di Capodanno. «Sono fortunato sa - racconta con fatica al telefono - sono solo due mesi che sono senza lavoro, conosco persone della mia età che stanno peggio». Paolo ha 54 anni, ha lavorato parecchi anni come agente di commercio, poi ha cambiato è diventato correttore di bozze, e negli ultimi anni è tornato alla prima azienda come dipendente. Con le stesse mansioni? «Non proprio. L’azienda è di servizi vari tra i quali la disinfestazione. Dicono che hanno perso delle commesse e così mi hanno licenziato». Paolo maneggiava anche sostanze chimiche non proprio sicurissime. «Avevo il tesserino del ministero. Io sono venuto a contatto con veleni, avevo mansioni magazzino, forse ho anche rischiato la salute». Il mio futuro? «Ho 54 anni e sono malato, cosa devo pensare? Le aziende mi dicono che sono vecchio e ho una professionalità troppo alta. Ma anche mio figlio neolaureato non trova lavoro, a lui chiedono l’esperienza. Mi dicono che devo lavorare fino a settant’anni. Io lo farei volentieri se trovassi un lavoro».

http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/444962/


REDDITO MINIMO DI CITTADINANZA - Intervista all'economista Andrea Fumagalli, vicepresidente di Bin Italia


Luchino Galli, blogger e mediattivista, intervista Andrea Fumagalli, professore associato di economia politica all’Università di Pavia.

Andrea, tra gli economisti italiani sei uno dei maggiori esperti di reddito minimo garantito; sei anche vicepresidente di BIN Italia. Di cosa si occupa e perché è nata quest’associazione?

Il Bin (Basic Income Network . Italia) è costituito da sociologi, economisti, filosofi, giuristi, ricercatori, liberi pensatori che da anni si occupano di studiare, progettare e promuovere interventi indirizzati a sostenere l’introduzione di un reddito garantito in Italia. A tal fine è stato ideato un sito come strumento per l’aggregazione delle idee (http://www.bin-italia.org). Ne è risultato un network di competenze diverse che muovono però nella medesima direzione, sotto un «logo comune», quello del “BIN Italia”, perché comune è l’obiettivo: giungere all’introduzione di un Basic Income per tutti.
Il confronto nazionale ed internazionale sul reddito di cittadinanza (Basic income) ha conosciuto un vibrante sviluppo ed al tempo stesso uno straordinario arricchimento. Il ragionamento collettivo sul tema ha trovato ulteriori connotazioni negli anni nei quali sono divenute egemoni condizioni e modalità produttive che in genere vengono riassunte nell’espressione “biocapitalismo cognitivo” o, più generalmente, “post-fordismo”. Il Basic income è diventato, in questo modo, il fulcro attorno al quale diveniva possibile ridisegnare il nuovo statuto delle garanzie non solo del lavoro, ma della cittadinanza. Il reddito di esistenza, come è stato spesso definito il Basic Income, pone la questione centrale su cosa siano oggi, a fronte delle trasformazioni sociali e globali, i diritti sociali, cosa significa garanzia di un livello socialmente decoroso di esistenza e della possibilità di scelta e di autodeterminazione dei soggetti sociali. Il dibattito italiano ha goduto di una forte varietà di riferimenti e di ottiche di lettura che bene fa comprendere la sua originalità e ricchezza. È stata centrale, in questo dibattito, proprio l’analisi delle trasformazioni produttive degli ultimi decenni, in particolare l’emergere della condizione precaria come condizione generale del lavoro, la cui indagine rappresenta il contributo forse più interessante che il dibattito italiano può offrire al contesto internazionale.

Cosa si intende per reddito minimo garantito? È possibile darne una definizione? Qual è la Tua idea di reddito minimo garantito per il nostro Paese?

Il reddito minimo garantito è un reddito di base incondizionato (RBI), dato a livello individuale, ai residenti (e non solo ai cittadini), incondizionato (ovvero non sottoposto a nessun obbligo), pagato dalla fiscalità generale e non dai contributi sociali. Non è una misura assistenziale, in quanto è reddito primario, cioè è reddito che remunera un’attività produttiva di valore, che è l’attività di vita, che solo in parte oggi, sulla base delle leggi vigenti, è certificata come lavoro e quindi remunerata. Il RBI remunera quella parte di vita produttiva che non viene considerata tale (apprendimento, formazione, mobilità/trasporto, riproduzione, consumo). È una misura di welfare (sicurezza sociale) che parzialmente esiste in tutti i paesi dell’Unione europea eccetto Italia e Grecia: un sostegno economico alle persone con un lavoro intermittente o disoccupate. Varia da poche centinaia di euro ai 1.200 al mese della Danimarca e Lussemburgo. In Italia dovrebbe essere come minimo di 720 euro al mese (20% in più della soglia di povertà relativa). Oggi, ammortizzatori sociali come la cassa integrazione o il sussidio di disoccupazione sono riservati a chi ha perso un lavoro a tempo indeterminato e determinato; il RBI invece dovrebbe essere dato a tutte le persone che hanno un reddito inferiore ai 720 euro/mese, per esempio ai precari tra un contratto e l’altro, ai disoccupati e ai lavoratori/trici che pur impiegati/e guadagno salari da fame, inferiori ai 720 euro/mese, in modo incondizionato, ovvero slegato sia dal tipo di contratto precedente che dall’obbligo di accettare qualsiasi impiego proposto o i programmi di inserimento lavorativo.

Il ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e dei Trasporti Corrado Passera ha dichiarato: “Se non si guarda solo ai disoccupati ma anche a chi non cerca più il lavoro o chi ha un lavoro, ma un reddito insufficiente, parliamo di 6-7 milioni di persone, e con i familiari forse si arriva alla metà del nostro Paese”.  Chi potrebbe beneficiare del reddito minimo garantito e come trovare le risorse per finanziarlo?

In realtà, secondo le indagini statistiche condotte dalla Caritas e dalla Commissione Parlamentare contro la povertà e l’esclusione sociale, coloro che si trovano nel 2011 ad avere un reddito individuale al di sotto della soglia di povertà relativa ammontano a circa 8 milioni e mezzo di persone.
Secondo i nostri calcoli, una misura di RBI di 720 euro/mese, necessita poco meno di 35 miliardi. Al netto dei sussidi oggi esistenti di uguale entità (pensioni sociali e di invalidità, sussidi di disoccupazione, indennità e casse integrazioni), le risorse da aggiungere sono pari a 15,7 miliardi. Una cifra abbordabile che dovrebbe essere a carico della collettività (e non finanziata dai contributi sociali dell’Inps, come avviene oggi). I dati sono contenuti nei Quaderni di San Precario e sul sito Bin.
Il sistema fiscale si basa sulla tassazione dei fattori produttivi. Oggi si tassano solo il lavoro dipendente (tanto), la proprietà delle macchine (poco) e il consumo (molto). Ma ci sono ben altri fattori produttivi: la finanziarizzazione, la conoscenza, lo spazio. Si potrebbero tassare le transazioni finanziarie, anche solo per lo 0,01%; i diritti di proprietà intellettuale; i grandi patrimoni immobiliari che lucrano sugli spazi delle città. Ma anche l’uso delle forme contrattuali atipiche: ad esempio, introducendo l’Iva sull’intermediazione di lavoro effettuato dalle agenzie interinali. E poi ci sono le spese da sopprimere come gli aerei da guerra F35 che la Difesa sta acquistando per 15 miliardi di euro. Si parla molto di patrimoniale. Una sua introduzione porterebbe da sola nelle casse dello Stato più di 10 miliardi. In altre parole, la questione non è di fattibilità ma di volontà politica. E non abbiamo nemmeno citato l'evasione fiscale... Comunque, per un approfondimento del tema fiscale e per un’analisi delle possibili proposte in materia, rimando al n. 3 dei Quaderni di San Precario che esce proprio in questi giorni e al sito del Bin - Italia.

Nell’Unione europea il reddito minimo garantito è una realtà consolidata, ma tre Stati membri non l’hanno istituito: Italia, Grecia e Ungheria.  A Tuo avviso, perché le forze politiche e sociali italiane sono così poco sensibili all’introduzione di questo istituto nel nostro ordinamento giuridico?

La ragione principale è che siamo in presenza di un deficit culturale. Una proposta di RBI viene ritenuta non a caso politicamente inaccettabile dalla classe imprenditoriale ma incontra difficoltà anche nel campo sindacale. I primi la considerano una misura sovversiva nella misura in cui essa è in grado di ridurre la ricattabilità dal bisogno e dalla dipendenza del lavoro, con la possibilità di mettere in crisi la subalternità del lavoro al capitale. Per i secondi, credo che purtroppo nella maggior parte dei casi vi sia ancora troppa diffidenza verso la proposta del reddito di base. Essa viene ritenuta politicamente inaccettabile in quanto proposta sovversiva nella misura in cui contraddice quell’etica del lavoro su cui parte dei sindacati stessi continua a basare la propria esistenza. La possibilità di rifondare una politica sindacale autonoma e adeguata ai processi di accumulazione di oggi sta nel comprendere che, nel contesto economico attuale, produzione e riproduzione sono interconnesse, la distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale tende a essere meno rilevante, tempo di lavoro e tempo di vita tendono a mischiarsi: lo dimostra il fatto che dopo un secolo di riduzione, l’orario di lavoro negli ultimi trent’anni ha ricominciato a crescere. La lotta per il reddito e per un nuovo welfare interviene direttamente dentro le condizioni di lavoro come premessa per incidere sulla stessa organizzazione del lavoro, sul tempo di lavoro, sul livello di ricattabilità e subordinazione che fanno dipendere il lavoro dal capitale. Non c’è più separazione tra politiche del lavoro e politiche di welfare. Esse sono due facce della stessa medaglia. E oggi, più di ieri, la lotta per un nuovo welfare è strumento diretto di regolazione del mercato del lavoro e di miglioramento della condizione lavorativa.

Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero ha dichiarato: “L’Italia è un paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per nove mesi l’anno, e con un reddito di base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Andrea, non ritieni invece che il reddito minimo garantito possa costituire un elemento propulsivo e un’opportunità per l’economia e la società italiana?

Assolutamente sì. E ciò vale proprio per le condizioni del lavoro oggi, dove sempre più le facoltà cognitive e relazionali sono messe al lavoro (e a valore). Ciò darebbe impulso a quella cooperazione e produttività sociale che sta oggi alla base della creazione di valore, favorendo un miglior sfruttamento dell'economia di apprendimento e di rete.
Per un approfondimento al riguardo occorre inizialmente domandarsi il significato del termine “lavoro”.  L’idea di “lavoro” fa riferimento alla libera espressione della capacità e della creatività umana (nel qual caso sarebbe meglio usare il termine “opera”) o invece si fa riferimento a quel lavoro che si è costretti ad accettare (appunto “coercitivo”) perché non vi sono alternative se non il ricatto e la miseria (dal latino labor = fatica). Quando si parla di catena di montaggio, di lavoro in fabbrica o in un call center o in un ufficio a imputare dati su dati, non si parla di “opera”, ma più prosaicamente di “lavoro”: un lavoro che non dà nessuna dignità umana, ma solo asservimento. La favola del lavoro che nobilita l'uomo viene dall'antica Grecia, quando per lavoro (nel senso di opera) si intendeva otium, ovvero la possibilità di coltivare i propri interessi (il concetto di "gioco").
Oggi è solo schiavitù, in quanto finalizzato a creare valore in modo alienato per pochi. Non è un caso che l'attività umana in quasi tutte le lingue e tradizioni dei popoli del mondo si esprime con due termini: uno significa fatica, dolore, tortura (travail, lavoro, trabajo, labour, arbeit, ecc.), l'altro significa scelta, vita activa, produzione artistica (opus, opera, ouvre, work, werke, ecc.).
E' dal capitalismo (ma direi anche prima, dalla nascita del protestantesimo) che l'idea di attività umana come dolore, fatica, tortura, schiavismo, asservimento è diventata l'unica vera attività lavorativa (la cd. "etica del lavoro"), con la scusa che bisogna contribuire alla società (leggasi, ai profitti e alle rendite di pochi). A più di trent’anni dai movimenti degli anni Settanta che teorizzavano e predicavano il rifiuto del lavoro salariato (e che tanto hanno influito sulla mia formazione politica), è disperante osservare come l’attuale arretratezza culturale (presente anche all’interno della sinistra e della pratica sindacale) non sia in grado di fare questa distinzione fondamentale e si focalizzi ancora sulla richiesta di riconoscere la dignità dello stesso lavoro salariato. 
Ridurre il grado di coercizione al lavoro, proprio perché si riduce la ricattabilità al bisogno, aumenta il diritto alla scelta e quindi la libertà e l’autonomia degli individui (diritto alla scelta del lavoro, non diritto al lavoro tout court!): due elementi che vanno a braccetto con l’ampliamento dei diritti sociali e delle stesse garanzie del lavoro. E farebbero bene anche al sistema economico, come antidoto per uscire dalla crisi attuale.

In Italia c’è chi sostiene sia più realistico, data l’attuale congiuntura economica, estendere e potenziare il sistema di ammortizzatori sociali esistenti piuttosto che introdurre il reddito minimo garantito. Cosa pensi di questo orientamento e qual è la Tua valutazione in merito al nuovo sistema di ammortizzatori sociali contemplati dalla riforma del mercato del lavoro Monti-Fornero?

Il giudizio è molto negativo. La riforma si muove in un’unica direzione: abolire quegli ammortizzatori sociali che sono a carico del bilancio dello Stato, con l’ovvio obiettivo di fare cassa. Indennità di disoccupazione e di mobilità e la Cassa Integrazione Straordinaria (dal 2014) saranno abolite a favore dell’introduzione dell’Assicurazione Sociale per l’Impiego (Aspi), che entrerà a regime ben nel 2017 e che verrà finanziata con i contributi sociali (in particolare con l’aumento dell’aliquota contributiva dell’1,4% a carico dei contratti a termine). Rimarranno in vigore, sino al 2017, la Cassa Integrazione Ordinaria (già oggi a carico della contribuzione sociale) e la Cassa in deroga, finché saranno esigibili i finanziamenti stanziati a livello europeo e oggi utilizzati dalle regioni (e che il governo si limita ad auspicare che diventino strutturali). La nuova assicurazione sociale potrà essere usufruita dai lavoratori dipendenti (quindi non dai parasubordinati e dagli “autonomi”), dagli apprendisti e dagli artisti, purché siano stati garantiti due anni di anzianità assicurativa e 52 settimane di lavoro nell’ultimo biennio (art. 23). Rimangono così inalterati quei parametri di accesso già oggi in vigore per il sussidio di disoccupazione e che tagliano fuori da qualsiasi forma di sostegno al reddito la maggior parte dei precari. Sarà pari al 75% della retribuzione fino a 1.150 euro e al 25% oltre questa soglia, per un tetto massimo, comunque, di 1119 euro lordi al mese. La durata dell’Aspi viene estesa dagli attuali 8 mesi (12 per gli over 50) a 12 mesi (18 per gli over 55), ma sarà a scalare con una riduzione nella misura del 15% dopo i primi sei mesi di fruizione e di un ulteriore 15% dopo il dodicesimo mese di fruizione (art. 24). Per rendere più digeribile questa pillola amara, nel periodo di transizione, è prevista una mini-Aspi, applicabile ai giovani lavoratori, con parametri di accesso più favorevoli: sono infatti necessarie almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi 12 mesi. L'indennità verrà calcolata in maniera analoga a quella prevista per l'Aspi. La durata massima dell'istituto sarà però pari alla metà delle settimane di contribuzione negli ultimi 12 mesi, ultimi 12 mesi, detratti i periodi di indennità eventualmente fruiti nel periodo (art. 28). Rimangono però esclusi le varie forme di collaborazioni e altre tipologie precarie di lavoro.
Personalmente penso che occorra una drastica rimessa in discussione degli attuali ammortizzatori sociali, che vada verso la creazione di un unico ammortizzatore sociale, appunto il RBI. Troppe sono le distorsioni, le iniquità e l’impraticabilità di accesso di quelli attuali. Alcune precondizioni potrebbero essere utili:
• La separazione tra assistenza e previdenza, ovvero tra fiscalità generale a carico della collettività e contributi sociali, a carico dei lavoratori e delle imprese (Inps). In altre parole, la somma che finanzia il reddito di base non deve derivare dai contributi sociali, ma piuttosto dal pagamento delle tasse dirette e indirette e dalle entrate fiscali generali dello Stato, relative ai diversi cespiti di reddito, qualunque sia la loro provenienza. Il reddito di base incorpora, sostituisce e universalizza gli attuali iniqui, parziali e distorsivi ammortizzatori sociali, non più da contabilizzare nel bilancio Inps ma all’interno del bilancio dello Stato (Legge Finanziaria nazionale e regionale). In tal modo, si riducono i contributi sociali (per la quota relativa agli ammortizzatori sociali), con l’effetto di far aumentare i salari e ridurre il costo del lavoro per le imprese.
• La costituzione di un bilancio autonomo di welfare. Occorre costituire e definire un bilancio suo proprio, dove vengono contabilizzate tutte le voci di entrata e di uscita, ovvero le fonti di finanziamento e le voci di spesa. La legge quadro 328/2000  di "riforma del welfare locale", unitamente ad altre disposizioni legislative precedenti (in particolare il D.L. 31 marzo 1998, n. 112), consente tale innovazione, anche grazie alla possibile costituzione di un Osservatorio Regionale sul Welfare, che abbia come compito il monitoraggio della spesa sociale e la sua efficacia, l'analisi della composizione della ricchezza, della struttura del mercato del lavoro, della distribuzione del reddito e l’individuazione delle fasce sociali a rischio di povertà ed esclusione sociale. Tale bilancio è un sotto insieme del bilancio generale (regionale, nazionale o europeo). Tale operazione consente un processo di razionalizzazione, semplificazione e trasparenza, in grado di:
1. ridurre gli ambiti discrezionali di gestione del bilancio in materia di welfare, oggi suddivisi tra assessorati diversi (o centri di spesa) con bilanci separati, ognuno dei quali rappresenta un centro di potere;
2. ridurre le sovrapposizioni e le moltiplicazioni di spese e provvedimenti di protezione sociale, con un risparmio di bilancio, che si stima essere intorno al 5-7%;
3. snellire l’iter burocratico e centralizzare il processo di controllo e di monitoraggio, riducendo ulteriormente i costi della macchina statale.
• Ridefinizione, a fini fiscali, del concetto di attività lavorativa. Una definizione omogenea, seppur flessibile, di prestazione lavorativa, basata sul grado di dipendenza e di etero direzione, è necessaria per un equo trattamento nell’imposizione fiscale e nella contribuzione previdenziale.

21 aprile 2012


LA DISOCCUPAZIONE ADULTA


di Luchino Galli - Mai Più Disoccupati

Attualmente in Italia si tende a identificare la disoccupazione con la disoccupazione giovanile.
Ma c’è anche un’altra disoccupazione: quella adulta, un drammatico fenomeno sociale in continua crescita, che coinvolge già milioni di persone!

Se la disoccupazione giovanile “tarpa le ali” ai nostri ragazzi, impedendo loro di progettare e costruire il proprio futuro, la disoccupazione adulta si abbatte sulle persone sradicando vite, devastando famiglie, dissolvendo percorsi esistenziali …
E se non si è supportati da una rete di salvataggio, da parenti e amici, se non si dispone di adeguate risorse proprie, è la morte civile, il nulla, l’annichilimento dello stesso diritto di vivere, in quanto la disoccupazione adulta precipita persone e famiglie in una spirale di povertà, anticamera di un’emarginazione ed esclusione sociale dalle quali può non esserci ritorno.

Troppo spesso ai disoccupati adulti il mercato del lavoro preclude qualsiasi opportunità di reinserimento lavorativo, discriminandoli per motivi anagrafici. Over 50, over 40, over 35… ormai è una deriva inarrestabile!

Nel momento in cui scrivo di disoccupazione adulta, non intendo contrapporla a quella giovanile, ma rimarcarne l’esistenza!
La disoccupazione giovanile e la disoccupazione adulta sono due facce della stessa bruttissima moneta, una moneta indesiderata che milioni di persone nel nostro Paese, loro malgrado, portano in tasca.

Vite sospese e interrotte, umiliate da una precarietà assoluta, totalizzante, che giorno dopo giorno annichilisce e avvelena l’esistenza, negando il presente e il futuro a intere generazioni: genitori e figli.

La disoccupazione adulta è la meno conosciuta, quella di cui più si tace!  
Il primo passo per affrontare il drammatico fenomeno sociale della disoccupazione adulta è riconoscerne invece l’esistenza, analizzandone le dinamiche e le peculiarità, per contrastarla con interventi mirati e qualificati.

Ricordiamoci che essere disoccupati - da adulti - spesso vuol dire non riuscire a far fronte alle scadenze economiche più impellenti: rate del mutuo, canoni di locazione, bollette di acqua, luce, gas, spese per la salute della famiglia, per l’istruzione dei figli, le stesse spese alimentari…

Sono molti i disoccupati che per la mancanza di adeguati ammortizzatori sociali rischiano di finire letteralmente per strada. Mario Furlan, fondatore dei City Angels, lamenta una situazione sempre più angosciosa: “Aumentano i clochard, ma l’aspetto più inquietante è l’incremento degli insospettabili, persone che si presentano bene e che non diresti affatto si trovino in situazioni drammatiche, che ci chiedono cibo, vestiti e addirittura coperte e sacchi a pelo per scaldarsi nel letto”.

I senzatetto sono in maggioranza uomini, soprattutto 40enni, che hanno perso il lavoro...

29 aprile 2012


Il Bel Paese degli scarti... umani!


di Luchino Galli e Maria Cabri – Mai Più Disoccupati

Italia: repubblica dell’Europa meridionale un tempo rinomata per l’ottima cucina, le bellezze storico-artistiche e paesaggistiche, la vocazione artigianale e manifatturiera, oggi alla ricerca di nuova identità.
La Costituzione della Repubblica italiana la vuole fondata sul lavoro, ma è stata approvata nel 1947, un tempo ormai remoto in cui era arduo immaginare l’attuale presente, in cui il lavoro… scarseggia.

Italia: qui sempre più esseri umani - italiani e stranieri –  figli di un dio minore vengono mortificati e offesi, abbandonati, dimenticati, traditi!
Anche nel Bel Paese sempre più persone sono trasformate in merci a basso costo, in strumenti di produzione a perdere, usa e getta… per poi diventare esuberi… avanzi, scarti umani! 

Angela, 40enne toscana, ha un disperato bisogno di lavorare. Su segnalazione di un conoscente, si propone ad un imprenditore commerciale del posto che l’assume in qualità di lavoratore a chiamata. In realtà, Angela svolge un lavoro stagionale continuativo di 40 ore settimanali, retribuite 2.88 euro all’ora, con un forfettario complessivo di 500 euro mensili. Il compenso mensile è ritenuto “esoso” dall’imprenditore, dato l’orario ridotto (!!) per cui viene corrisposto; "un compenso che può essere pagato solo in alta stagione, per massimizzare la produttività dell’azienda"… Per Angela, sola ed emarginata - condizioni comuni a tanti poveri - quei 500 euro mensili sono comunque una piccola boccata d’ossigeno, visto che non è riuscita a trovare altro lavoro: per quattro mesi potrà in qualche modo tirare avanti e forse, anche quest’anno, non finirà in strada…

Nella stessa impresa lavorano da anni due giovani cittadini non comunitari, Dinesh e Jedda. Ad Angela, Jedda e Dinesh è affidata la cucina. Improvvisati operatori professionali del settore, non hanno neppure frequentato il corso HACCP, obbligatorio per il personale addetto alla produzione, preparazione, somministrazione e distribuzione di alimenti e bevande.

In anni, mai un controllo del personale da parte delle autorità preposte (Istituzioni a volte indifferenti e sorde alle stesse denunce dei dipendenti!!).

Jedda e Dinesh hanno un contratto part-time a tempo indeterminato; in realtà entrambi lavorano a tempo pieno, anzi pienissimo: Jedda per almeno dieci ore giornaliere; Dinesh - in qualità di factotum e svolgendo saltuariamente diverse incombenze presso l’abitazione del titolare - anche fino a quattordici ore giornaliere. Entrambi sono retribuiti con un forfettario di 650 euro mensili. La busta paga è una mera formalità… che non valga niente quello che c’è scritto lo ripete spesso il titolare!
Dinesh, il collaboratore di fiducia, non riuscendo a trovare un alloggio, è ospitato per la notte da amici o dorme nello scantinato (non attrezzato all’uso) dei locali sede dell’impresa…

Italia, Bel Paese per tanti privi di coscienza che annichiliscono l’esistenza di donne e uomini, italiani e stranieri, accomunati da identiche storie di bisogno, povertà e sfruttamento! 


Intervista a Federica – “La mia famiglia annichilita e senza un futuro per la crisi economica.”


Intervista di Luchino Galli, blogger e mediattivista 
Negli ultimi anni, anche nel nostro Paese la crisi economica ha sconvolto la vita di milioni di persone e delle loro famiglie, in nome di logiche economiche dipinte come ineluttabili. È accaduto anche a Federica…


Federica, quanti siete in famiglia, e su quali redditi potete contare?
In famiglia siamo in cinque, io, mia figlia 24enne con 2 bimbe piccole, e mio figlio 16enne; un unico reddito mensile di 800 euro, da un mese passati a 700, essendomi stato ridotto l’orario settimanale: in pratica lavoravo come precaria per 35 ore settimanali, ora sono 31 ore; 700 euro più l’assegno familiare per mio figlio;  da un anno lotto con l'Inps perché anche mia figlia,  disoccupata, li ottenga per le due nipotine!
In questi giorni ho ricevuto da equitalia una cartella di 3 mila e passa euro. Purtroppo ci stava il fermo amministrativo sull'auto;  sono  riuscita  a farmela rateizzare: 100 euro e poco più al mese per ventisette mesi, tra un mese mi  arriveranno i bollettini a casa...

Come fai a mantenere la famiglia con queste entrate?
E’ molto… molto difficile! I nostri soldi vanno  quasi tutti in cibo; compro solo latte, pane e pasta, gli alimenti che costano di meno, ortaggi che riesco a trovare per pochi soldi; purtroppo niente carne, niente succhi, né biscotti per le piccole… Le bollette, luce e metano che usiamo il meno possibile, le pago sempre in ritardo;  l'acqua e la spazzatura purtroppo non riesco a pagarle!

I Tuoi figli, i Tuoi nipoti come vivono questa situazione? 
I miei figli sono mortificati, a volte piangono perché non hanno il minimo indispensabile; le nipotine sono cresciute in questa situazione, non chiedono molto, sono buone, non fiatano.

I parenti, gli amici Vi sono vicini?
Mia madre è anziana, con la sua pensione ci aiuta un poco, per quello che può; viviamo in una casa popolare, a lei assegnata; ormai non paga l’affitto  da 5 anni,  arrivano di continuo lettere di sollecito, ma se pagasse non potrebbe più aiutarci per la spesa o per le bollette.
I parenti? Hanno tutti  famiglia e un reddito basso, troppo basso!
Lo scorso anno due mesi in cassa integrazione, che poi mi pagarono a settembre e fine novembre pochi spiccioli, luglio ed agosto senza lavorare… mi aiutò una famiglia, conosciuta su facebook, per le spese mediche: avevo avuto un intervento al seno. Sapevano che ero stata licenziata, che ero proprio a terra. Mi diedero 300 euro, mi fecero respirare, li utilizzai per  medicine e cerotti.
Gli amici? Non voglio che sappiano della mia disperazione.

Come vedi il Vostro futuro?
Il nostro futuro… lo vedo NERO; sono allo stremo e il 10 giugno sarò in cassa integrazione, ho già la lettera della cig in mano, mi aspettano buste paghe da quattro soldi: 490 euro e non so neppure quando ce li daranno.
Cerco di resistere, ma non so che farò prossimamente, non ne posso più!
Mi sono offerta per lavori domestici e pulizie: niente da fare non si trova nulla; lavorano solo stranieri sfruttati, sottopagati a tre euro l’ora!
Al futuro hanno diritto tutti! Non solo i giovani, ma anche chi non lo è più e quelli di mezza età, come me!  Quelli che lavorano in proprio già da venti o trent’anni, ma hanno ancora dieci o quindici anni di carriera davanti, sulle spalle dei quali gravano famiglie già costruite, vite già strutturate, mutui già erogati....

Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero ha dichiarato: “L’Italia è un paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per nove mesi l’anno, e con un reddito di base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”.  Cosa ne pensi?
La Fornero è brava a parlare a sproposito! Per lei non è un problema pagare l’affitto, le bollette, mettere insieme il pranzo con la cena, uscire a comprarsi un gelato e magari fare qualche giorno di vacanza. Le farei mangiare pasta al pomodoro: solo questa pietanza per tre mesi di seguito per vedere cosa ne pensa… dopo!

Il ministro  per la Cooperazione internazionale e l'Integrazione, Andrea Riccardi, ha dichiarato: “Abbiamo aiutato tutti, anche i più bisognosi... ma lavoriamo con mezzi impoveriti”. Con questo governo avete avuto dei miglioramenti, avete ricevuto degli aiuti?
Miglioramenti, aiuti… alle banche, alle loro fondazioni, ma ai cittadini come noi… no! Siamo abbandonati, ignorati! Riccardi ci dica a chi possiamo rivolgerci: se vai alla Croce Rossa o alla Caritas ti dicono che prima vengono gli stranieri, e aiuti per noi non ne rimangono; se ti rivolgi in municipio dicono che lo Stato ha tagliato loro i fondi e non hanno nulla, non possono aiutarci!

Cosa chiedi a Monti? E ai politici?
LAVORO! Un lavoro per me e per mia figlia, per crescere dignitosamente i nostri figli, un lavoro dignitoso per tutti coloro che lo cercano ma non lo trovano e che vedono se stessi e le loro famiglie andare a fondo, giorno dopo giorno, sempre di più!
Dato che l’Italia è nell’Unione europea chiedo gli stessi diritti che hanno gli  altri popoli: reddito minimo garantito, sanità gratuita - io pago tutto pur avendo un basso reddito - sostegni economici per pagare gli affitti, aiuti per crescere i bambini; diritti riconosciuti ad ogni essere umano anche dalla nostra Costituzione!
I politici?? Li odio, di un odio viscerale. Cosa chiedo loro? Le stesse cose che chiedo a Monti!


lunedì 25 giugno 2012

Giovani per la pensione, vecchi per un posto a 40 anni con l'incubo della disoccupazione

di Roberto Mania, la Repubblica

SCARTI a 40 anni.
Scarti dopo aver perso un lavoro e non riuscirne a trovare un altro. Scarti. Quella degli over 40 espulsi dal mercato del lavoro rischia di diventare presto una nuova emergenza sociale.Perché non ci sono solo i giovani precari del lavoro. Secondo alcune stime sarebbero quasi un milione e mezzo i disoccupati e gli scoraggiati cosiddetti "maturi" (età media 45 anni),troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per una nuova occupazione stabile. Con una differenza: i giovani possono tornare (e in molti casi lo fanno) alla famiglia d'origine, i "vecchi" hanno moglie e figli da mantenere e un mutuo da pagare.
Il 65% dei disoccupati over 40 è capofamiglia, l'80% è uomo.
È una vita che finisce quando si viene licenziati a 40 anni e passa. Ne comincia un'altra dominata dall'incertezza. Meno del 5% ritrova un lavoro solido. Non si torna più indietro. È uno sconquasso, anche emotivo.
Gli esodati, nuova categoria sociale prodotta dall'ultima durissima riforma delle pensioni, ci hanno mostrato un pezzo del fenomeno in carne ed ossa che altrimenti sarebbe rimasto in chiaroscuro. Come in tutti questi anni mentre in silenzio si ingrossavano, dalla fine degli anni Novanta, le file degli over 40 senza lavoro: disoccupati, mobbizzati, scoraggiati, precari, discriminati, sommersi, invisibili, poveri e, infine, abbandonati.
Gli ultimi figli del baby boom, vittime della globalizzazione che ha dettato anche i tagli al welfare state nazionale.
Aggrediti nella propria identità. Perché «il lavoro - ha scritto il sociologo Luciano Gallino - non è soltanto un mezzo di sussistenza. Il lavoro rimane ed è destinato a rimanere per generazioni un fattore primario di integrazione sociale».

IL TURN OVER
A metà degli anni 80 l'economista torinese Bruno Contini studiò il processo di sostituzione del personale all'interno delle aziende italiane attraverso la leva dei contratti di formazione e lavoro, incentivati dagli sgravi fiscali e contributivi. Parlò allora di "old out, young in": i giovani assunti al posto degli anziani espulsi. Quasi un patto tra padri e figli, un patto non proprio raffinato, ma un patto. «Oggi non ha più senso parlarne - dice Contini - . Oggi continuano ad esserci gli old out, ma non ci sono più i giovani che entrano nelle imprese. Da più di dieci anni a questa parte, il ricambio è scarsissimo.
Gli over quaranta senza lavoro sono uno dei nuovi soggetti della precarietà. Molti di loro sono entrati nel mercato del lavoro con i contratti flessibili, e sono rimasti precari».
Stefano Giusti è un cinquantenne. Vive a Roma. È il presidente di Atdal, l'associazione per la tutela dei lavoratori over 40. È laureato in sociologia. Nel 2004 si ritrova senza lavoro: chiude la società con cui collaborava. «Nessun problema, mi dissi. Figuriamoci se non trovo un altro lavoro! Mi sbagliavo. Cerco, ma non trovo nulla per quasi un paio d'anni. Qualunque lavoro. Faccio il cameriere, l'addetto dei call center, il giardiniere. Faccio di tutto, ma non tutti mi vogliono. Un giorno vedo un cartello affisso sulle vetrine di un negozio di calzature: "Cercasi commesso". Eccomi! Il titolare mi chiede il curriculum e quando glielo porto mi fa: "Ma lei è laureato. No, non me la sento di prenderla"». Perchél'85% dei disoccupati over 40 - secondo Atdal - è in possesso di una laurea o di un diploma di scuola media superiore. Sa usare il computer e conosce l'inglese. Ma alle aziende non interessa: è vecchio.
Qualche anno fa la Sda Bocconi ha effettuato una ricerca sugli annunci di lavoro pubblicati sui quotidiani. Quasi il 43% delle inserzioni indica un vincolo anagrafico e nell'87% dei casi è inferiore ai 44 anni. In media si cerca personale con un'età compresa tra i 24 e 34 anni. Gli altri sono out. Ma gli annunci che escludono gli anziani sono contro le leggi europee recepite in Italia e che vietano le discriminazioni anche per l' età.

UOMINI A RISCHIO
Per gli uomini è peggio che per le donne. Perché gli uomini non sanno gestire l'insuccesso sociale. Molti ricevono la lettera di licenziamento ma non lo dicono a nessuno, nemmeno alla moglie. Fingono di continuare a condurre la vita precedente. Raccontano innanzitutto a se stessi una grande bugia che allunga e complica il recupero dopo lo shock della perdita del lavoro. «Che - spiega Laura Menza, psicologa del lavoro, impegnata da anni tra i disoccupati maturi - è un trauma pari a quello di un lutto.
I disoccupati maturi hanno una serie di responsabilità sulle proprie spalle: la famiglia, i figli da mantenere, spesso i genitori anziani da sostenere. Privati del lavoro non possono più affrontare queste responsabilità. È la perdita di una parte di sé. All'inizio c'è l'incredulità e, soprattutto tra gli uomini, si coltiva un senso di colpa: ho perso il lavoro, è colpa mia. C' è un senso di vergogna. Si frantuma la propria identità. Si perde l'autostima». Quello che rimarcano di più i disoccupati over 40 è il senso di abbandono che sono costretti a vivere. Le istituzioni evaporano perché nei fatti i centri per l'impiego non funzionano e il sostegno al reddito (cassa integrazione o mobilità) non è per tutti (solo un lavoratore su quattro è protetto).
«Per l'azienda sei diventato un nemico dopo che gli hai dato tutto per anni», dice Aurelio D., 55 anni, che per una cessione di ramo d'azienda (settore delle consulenze) si è ritrovato senza niente dalla sera alla mattina. E il sindacato? «Quando sei licenziato non c'è più il sindacato». Resta, anche in questo caso, la famiglia nei casi in cui l'altro coniuge lavora. E la famiglia regge se c'è «una situazione ben strutturata», spiega ancora Menza. Altrimenti si frantuma, pure sul piano affettivo. «Almeno nel 30% dei casi finisce con la separazione». Poi c'è la rete informale, i rapporti di amicizia, quei pochi fili che non si rompono e tengono in collegamento gli ex colleghi. «Ora lavoro all'Università - racconta Giusti -. Ho trovato un contratto a termine grazie alla segnalazione di un mio amico. Scado a luglio. Poi si vedrà».

TREND IN CRESCITA
Pure l'ultimo Rapporto dell'Istat certifica che i contratti a termine crescono tra gli adulti: nel 2011 la quota dei 30-39enni sul totale degli occupati a termine è stata pari al 12,6 % e quella dei 40-49enni all'8,8 % (erano, rispettivamente, il 7,7 e il 5,3% nel 1993). Nella maggioranza dei casi, l'over 40 licenziato si trasforma da dipendente a partita Iva forzata, diventa consulente. Si mette in proprio. È un modo per ricostruirsi un'identità sociale. Spesso per non rivelare di essere disoccupato. Da qui lo scarto tra i numeri dell'Istat che per gli over 40 registra nel suo ultimo Rapporto 846 mila disoccupati (erano 540 mila nel 1993) e le stime di Atdal che parla di almeno 1,5 milioni.
Inviare il curriculum non serve a niente. Lo sanno tutti, eppure tutti lo fanno.
Marco N. ha 54 anni, da quasi dieci è in cassa integrazione a zero ore. È un informatico che non ama l'informatica. Il suo sogno professionale rimane quello di fare il ferroviere, «macchinista, operatore, qualunque cosa tra i binari». «Ho mandato il curriculum a Ntv di Montezemolo anche in inglese. Nessuna risposta: vogliono solo giovani».
Il paradosso, nel continuo sordo declino italiano, è che questi over 40 senza lavoro sentono di contare meno, nel dibattito pubblico, dei giovani precari. Eppure l' età media dell'elettore italiano coincide proprio con la loro. «Ma noi - sostiene Aurelio - non blocchiamo il traffico ferroviario, non saliamo sui tetti, non incendiamo i cassonetti. Noi siamo invisibili». 

11 giugno 2012